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Teatro Comunale

Palazzo Bentivoglio
42044 Gualtieri
email: n.mondadori@comune.gualtieri.re.it
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Attività

Cinema-Teatro

Il Teatro di Gualtieri sorge all'interno del monumentale complesso di Palazzo Bentivoglio, grande fortezza-palazzo, sorta tra la fine del 1500 e l'inizio del 1600 per volere di Cornelio Bentivoglio e soprattutto di suo figlio Ippolito. DALLA PALUDE AL TEATRO PRINCIPE: PALAZZO BENTIVOGLIO Una breve parentesi riguardo Palazzo Bentivoglio. Palazzo principesco monumentale spicca sull'abitato circostante con mole parossistica. Lo si potrebbe considerare seicentesca cattedrale nel deserto o, meglio ancora, fortezza nella palude. In origine infatti era la palude: i torrenti della zona, Crostolo, Cava e Canalazzo, sino all'arrivo dei Bentivoglio intorno al 1560, superata Reggio Emilia impaludavano nelle zone basse di Meletole, Camporanieri e Gualtieri. Già millecinquecento anni prima di Cristo si erano provati i Terramaricoli a difendersi dalle acque stagnanti con le famose palafitte, poi erano passati gli Etruschi con barche e commerci, e intorno al II secolo a.C. erano arrivati anche i Romani, che per poter marciare coi loro eserciti sulle paludosissime plaghe avevan costruito vie tabellarie, costruite cioè su tavole e pali. Nel Medioevo i Benedettini per primi cominciarono a bonificare e disboscare le zone in questione, per recuperare terreno all'aratro, ma anche essi non arrivarono a risolvere le cose perché mancava loro quella visione d'insieme che avrebbe permesso una sistematica e coerente bonifica. Insomma nessuno riusciva a risolvere il palustre problema. Verso la metà del 1500 le ripetute inondazioni e una crescita demografica inaspettata cominciarono a destare serie preoccupazioni negli abitanti delle zone di Brescello, Boretto, Poviglio, Meletole e Gualtieri: terreni allagati sottratti al coltivo in un momento in cui sarebbe stato necessario piuttosto rubare all'acqua per dar terra al grano. Di qui la decisione di rivolgersi alle autorità competenti, nella fattispecie gli Estensi. Alfonso II per l'acquoso problema aveva l'uomo giusto: Cornelio Bentivoglio, condottiero valente e stratega zelante. Cornelio, 24 luglio 1567, s'infeuda a Gualtieri: comincia ad arginare i torrenti e a canalizzare le acque palustri. Il Crostolo finalmente viene fatto sfociare nel capiente Eridano, e le stagnazioni gualtieresi vengono convogliate in un nuovo canale, detto la Fiuma, che dopo aver raccolto le acque passa sotto il sopraccitato Crostolo con un lungo sistema di botti vaso-comunicanti in muratura, fino a giungere alla Moglia. Mentre vengon costruite le botti comincia la costruzione del palazzo signorile che dovrà ospitare Bentivoglio & corte (i mattoni per altro sono gli stessi). L'edificazione del palazzo e dell'antistante sua piazza è affidata all'illustre Giovan Battista Aleotti, detto l'Argenta, architetto di corte degli Este. Il progetto diviene esecutivo solo con l'avvento di Ippolito, figlio di Cornelio, e dota Gualtieri, fino ad allora un borgo di quattro case ancora mezze incastrate nel Medioevo, di un razionalissimo piano urbanistico di stampo rinascimentale. Ma i Bentivoglio restano ben poco a Gualtieri: già nel 1634 Enzo, secondogenito di Cornelio scambia il feudo di Gualtieri con quello di Scandiano, e Gualtieri è reintegrato di fatto nello Stato Estense. Di qui il succedersi di una serie di feudatari non residenti che affidano ad amministratori più o meno fidati le sorti del Nostro. All'inizio del 700 Palazzo Bentivoglio vive il periodo di declino più nero: spogliato e vandalizzato è alloggio di milizie impegnate nelle guerre di successione. Le sorti del palazzo subiscono una svolta il 28 settembre 1750 quando il Consiglio Comunale decide quasi all'unanimità (14 palle bianche contro una nera soltanto) di acquistare il monumentale complesso direttamente dagli Este. Il palazzo perisce signorile e risorge comunale pronto a rispondere più strettamente alle esigenze della popolazione. L'esigenza più urgente è quella di costruire dei pennelli frangi-corrente per arginare il pericoloso spostamento dell'alveo del fiume che erode gli argini poche decine di metri dietro la piazza dell'illustre Aleotti. Per costruire i frangi-corrente nel 1751 vengono demoliti i tre quarti del decaduto palazzo che già parzialmente in rovina era probabilmente sentito come inutile e gigantesco ammasso di mattoni: ecomostro ante litteram. Ciò che rimane del palazzo viene popolato ben presto delle più svariate attività: esso ospita gli alloggi del Medico condotto, del Chirurgo e somministra i comodi per la pesa, per il Macello, per il Dazio della ferma, salina e granai per le sue moliture, e quartiere alla guardia della ferma, oltre i magazzeni inservienti ai bisogni pubblici. Insomma il Palazzo, proprietà moribonda d'Illustri Signori, dandosi ai gualtieresi riprende vita: alleggerito parzialmente della mastodontica mole diviene versatile ricettacolo delle attività più diverse. Ed è proprio su questa linea e solo a questo punto che dall'iniziativa dell'ingegner-architetto Giovan Battista Fattori, nasce il Teatro Principe. IL TEATRO PRINCIPE 1775 Il Teatro Principe nasce per iniziativa dell'ingegner-architetto Giovan Battista Fattori nel 1775. Fattori messosi a capo di alcuni dilettanti del luogo il 13 gennaio 1775 chiese alla Comunità di poter fare un piccolo Teatro, valendosi delle camere a pian terreno del Palazzo Bentivoglio, occupate allora dal Medico, e dal Chirurgo. La proposta firmata dal Fattori diceva: È già noto alla maggior parte delle Signorie Vostre Molto Illustri il nobile pensiero, in alcuni dilettanti di questa terra , di venire, cioè, alla formazione di un Piccolo Teatro. [...] Nel pubblico palazzo trovasi a terreno un sito, che si riconoscerebbe adatto all'intento, e sono le due camere, una delle quali è compresa nel quartiere accordato al Signor Medico Chirurgo, e l'altra contigua goduta dal Chirurgo. La Comunità approvò la sana iniziativa che servir doveva (dice la delibera relativa) per impiegare la gioventù di questa giurisdizione in onesti divertimenti e per istruirla e renderla vantaggiosa e liberarla dall'ozio in certi tempi dell'anno e far nascere tra questa una profittevole emulazione. Infatti il 16 marzo il Fattori veniva chiamato in Consiglio perché egli Tecnico facesse il progetto di riduzione di spesa, coll'assegno da parte del Comune di lire 2000, non ostante che i giovani si fossero profferti di spendere del proprio. Cominciano ben presto i lavori: viene abbassato il piano di calpestio del pian terreno; nei locali a destra della sala principale vengono ricavati l'atrio, la biglietteria, il caffè e un camerino; viene costruito l'alveare ligneo del doppio loggiato di palchetti ed infine viene aperto un accesso diretto sulla piazza chiuso da un grosso portone. Sorge così il Teatro Principe: piccolo Teatro all'italiana in legno, con struttura a ferro di cavallo e due ordini di palchi. Il Teatro, di buona fattura barocca, era di dimensioni molto inferiori rispetto a quelle attuali: la sala alta non più di sei metri, larga otto e profonda circa undici aveva volume complessivo inferiore alla metà della sala odierna. Il palcoscenico, spalle al muro, si appoggiava ad un antico scalone cinquecentesco ed era largo, come la sala, otto metri e profondo circa sette. Lattività del Teatro prospera ininterrotta per più di un secolo, le cronache non riportano notizie riguardo il tipo di spettacoli o riguardo il loro numero, sappiamo solo che quest'attività è bruscamente interrotta verso la fine dell'800. Probabilmente durante una rappresentazione si rovescia una lampada ad olio, le tende si incendiano e al teatrino ligneo del Fattori tocca la cruda sorte di molti altri teatri dell'epoca: avvolto dalle fiamme diviene completamente inutilizzabile. Non è distrutto, no, ma è irrimediabilmente rovinato. IL TEATRO SOCIALE 1905 Nel 1905 l'Amministrazione comunale socialista decide di procedere alla ristrutturazione e allampliamento del Teatro Principe andato in fumo. Il progetto è affidato al perito Vittorio Mazzoli, mentre le decorazioni verranno eseguite da Villa di Reggio Emilia. Dopo un primo preventivo ci si rende però conto che i soldi non sono sufficienti: il Comune da solo non è in grado di affrontare l'onerosissimo intervento. Così, 29 giugno 1905, viene fondata la Società Teatrale, costituita dai palchettisti, futuri proprietari dei palchi di primo e secondo ordine. Essa contribuisce con circa 2.000 lire alla spesa complessiva di 25.000, e si assume la gestione del Teatro, a questo punto Sociale, per 99 anni. I lavori di ristrutturazione e ampliamento cominciano subito dopo la costituzione della Società: quel che rimane del Teatro Principe in legno viene completamente demolito; le pareti laterali portanti sono parzialmente abbattute per incastonare una struttura a ferro di cavallo più larga di quella precedente; il soffitto è distrutto per permettere ledificazione del terzo ordine ed infine anche la zona del palcoscenico viene ampliata demolendo parte di uno scalone cinquecentesco risalente ai Bentivoglio. Il teatro alla fine dei lavori risulta raddoppiato e ha una capienza intorno ai 300 posti a sedere su tre ordini di palchi sostenuti da esili colonnine in ghisa. Unico elemento mantenuto del Teatro Principe di Fattori è il numero di palchetti del primo e second'ordine: tredici (escluso il proscenio). Il Teatro Sociale costruito a cultura e diletto della cittadinanza apre i battenti nell'autunno del 1907. L'articolo 16 dello Statuto della società teatrale dice: Il teatro è in linea di massima destinato per le sole rappresentazioni d'opere musicali drammatiche, di canto, veglioni e feste da ballo, trattenimenti di giochi di prestigio, marionette, esclusi i burattini. Ed infatti l'inaugurazione avviene con una stagione operistica di grande successo che mette in scena la Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo: 1,20 lire in platea, 0,60 in loggione. Negli anni successivi la febbrile attività del teatro vede la messa in scena della Carmen di Bizet, del Barbierie di Siviglia di Rossini, del Don Pasquale di Donizzetti e della Gioconda di Ponchielli. Nel 1912, probabilmente in seguito al successo avuto dagli spettacoli messi in scena si decide l'ulteriore allargamento del palcoscenico che assume dimensioni inusitate per un teatro di provincia. Per allargare il palcoscenico si demolisce ancora, e per sostenere la struttura del palazzo viene costruito un grande arco a sesto acuto che ancor oggi regge titanicamente il tetto e rappresenta con la sua mole uno degli elementi più suggestivi del teatro stesso. Con la Grande Guerra l'attività del teatro si ferma, ma riprende già nel 1919 e sino al 1923 si registra il periodo più vitale del Teatro Sociale con ben undici repliche della Bohème di Puccini, dell'Andrea Chènier di Umberto Giordano e della Tosca, anch'essa di Puccini. L'attività lirica cessa nel 1936, quando con la Norma di Bellini ha luogo l'ultima rappresentazione. A fianco dell'attività lirica il Teatro già dal 1907 ospita le feste da ballo e i veglioni organizzati da un gruppo di giovani operai che si fanno chiamare la Palanca Sbusa (il soldo bucato, cioè senza valore alcuno). La Palanca Sbusa che per lungo tempo a Capodanno e a Carnevale organizza affollatissime feste è composta da: - Amedeo Alberini, detto Malghes, bracciante, capo della compagnia; - Camillo Spaggiari, detto Buseca, muratore; - Primo Maggiori, muratore; - Costantino Moggia, muratore; - Davide Califfi, detto Ciapela, custode del macello; - Silvio Soliani, detto Silvion, muratore, grande oratore dialettale; - Vecchi Oreste, carrettiere; - Guido Bontempelli, elettricista; - Feliciano Verzellesi, elettricista; - Vittorio Re, detto Iupèn, operaio. Negli anni Trenta all'attività del Teatro si affianca quella del Cinema. In loggione con sottili tramezzi in muratura viene ricavata la cabina di proiezione, viene acquistato un grosso proiettore Fedi e comincia il frenetico ronzio delle pellicole. Ben presto il Teatro di Gualtieri diviene il fulcro dell'attività teatrale e cinematografica della Bassa Reggiana, punto di riferimento per tutti i paesi vicini. Le famiglie dei palchettisti popolano il teatro, i ragazzi si amano nel buio e rannicchiato in loggione Antonio Ligabue si incanta di fronte alle figure esotiche che dalle pellicole passeranno trasfigurate sulla sua tela. Nel 1951 il Po rompe gli argini e Gualtieri è allagata. In Teatro l'acqua raggiunge il livello della balconata di prim'ordine dove ancor oggi rimane il segno lasciato dalle acque. L'attività del Teatro continua fiorente per tutto il dopoguerra, con concerti, spettacoli di varietà, di prosa e naturalmente con il cinema. Indimenticabili nella memoria dei gualtieresi rimangono i veglioni di Capodanno e di Carnevale. Poi, col passare degli anni, l'attività teatrale comincia a ridursi. A poco a poco il numero degli spettacoli diminuisce sino a lasciare il posto alla sola attività cinematografica. Siamo negli anni 70. Ma ben presto anche il cinema fatica a competere con il proliferare delle televisioni e il Teatro di Gualtieri vive quella fase discendente che ha vissuto ogni cinema che si rispetti: gli ultimi film proiettati in sala sono scadenti pellicole a luci rosse di cui ancor oggi reca testimonianza il cartello VIETATO MINORI DI 18 appeso nella vecchia biglietteria. Nel 1979 il teatro viene chiuso al pubblico per seri problemi strutturali. Cominciano a questo punto vari interventi di consolidamento della struttura tra cui la risistemazione del tetto, la cucitura delle murature e la messa in sicurezza di solai e controsoffitature. Durante gli interventi per montare i ponteggi è necessario anche rimuovere il palcoscenico che è tutt'ora mancante. L'oculata ristrutturazione dell'edificio portata avanti dall'Ingegnere Giuseppe Pecchini però, terminato il consolidamento, si blocca per la mancanza dei fondi necessari a portare a termine i lavori. I lavori si fermano e il Teatro Sociale è ancora chiuso. Passano gli anni, i fondi non arrivano e forse nessuno li cerca, e pian piano il teatro comincia ad essere dimenticato: i gualtieriesi cominciano a perdere coscienza di quest'ala di Palazzo Bentivoglio e il Teatro Sociale si atrofizza poco a poco anche nella memoria. Solo in pochi ricordano nostalgici l'età aurea dei veglioni, della lirica e degli amori clandestini dei palchetti, ma sui velluti intanto si va posando una polvere spessa e unici inquilini dell'edificio rimangono i piccioni. Negli anni, pur di utilizzare lo spazio in qualche modo, tra le murature dirute che sostenevano un tempo il palcoscenico viene allestito il presepe natalizio. Siamo all'ultimo atto. Nel 2004 la Società del Teatro istituita nel 1905 per 99 anni cessa di esistere: il Teatro è definitivamente dimenticato. L'Associazione Teatro Sociale di Gualtieri nasce l'11 marzo 2009 per portare a termine la riapertura del teatro di cui essa porta il nome. In realtà però la storia della riapertura di questo teatro comincia molto prima, nella primavera del 2006, quando un gruppo di ragazzi alla soglia dei vent'anni varca per la prima volta i cancelli che chiudono le porte del perenne cantiere che occupa l'edificio. È una folgorazione: lo spazio anche dopo tutti gli interventi che ha subito è magnifico. Manca il palcoscenico, ma appare subito chiaro che proprio questa mancanza rende il luogo ancora più interessante. L'Associazione Teatro Sociale di Gualtieri, formalmente istituita solo tre anni dopo, in realtà nasce esattamente in questo istante. LA VENDITA DEL TEATRO Da subito appare comune il pensiero che il teatro può essere utilizzato così com'è. Proposte ed idee per un utilizzo immediato del teatro cominciano ben presto a ribollire e si coagulano in una serie di lavori in vista del primo obbiettivo da raggiungere: ridare luce al Teatro Sociale e riaprirne al più presto le porte. Fervono i lavori: si spalano carriole di ghiaia e terra cercando di livellare il più possibile il terreno, viene costruito un impianto elettrico volante per illuminare nuovamente platea e palchetti, viene portato in teatro un pianoforte Nel trambusto si sollevano nuvole di polvere: è il Teatro che riprende a respirare. Sono mesi di occupazione clandestina, tra il tacito consenso dell'Amministrazione Comunale e la curiosa impazienza di coloro che sanno che tra i muri dell'ala nord finalmente ferve qualcosa. Si lavora anche di notte, si fanno prove, si scrive e soprattutto si discute della riapertura del teatro. Gli ultimi giorni di luglio sono percorsi dai brividi dell'Amministrazione e dal clamore destato dalla notizia che è stata indetta un'asta pubblica per la vendita del teatro e dei suoi arredi. Il Comune è sommerso dalle proteste dei cittadini, ad un tratto nuovamente memori che il Teatro Sociale giace inutilizzato in cantina. La cittadinanza si ribella alla scelta sconcertante, mentre qualcuno comincia ad interessarsi seriamente all'acquisto dell'immobile. La sera del 27 luglio 2006 le porte vengono riaperte: il delegato di un'agenzia immobiliare di Milano, incaricata della vendita raccoglie la folla in piazza e la introduce all'interno del teatro. All'interno però improvvisamente tutto si ribalta e l'Asta pubblica si trasforma in un evento di Teatro Instabile. Mentre la folla di trecento persone è accompagnata all'interno dell'edificio fuoriescono le arti che da sempre popolano il Teatro: Musica, Poesia, Letteratura, Scultura, Pittura e Danza, chiamano in causa direttamente la folla sconcertata e chiedono a tutti di ribellarsi all'abominio della vendita, pronte ad un suicidio collettivo nel caso che nessuno risponda all'appello di rivolta. I Gualtieresi senza troppe esitazioni rispondono, abbattono a picconate il muro che chiude una delle porte del teatro e le arti ed il teatro stesso sono liberati. I LAVORI Dopo aver organizzato la provocatoria messa in vendita del Teatro Sociale l'Associazione comincia un lungo periodo di riflessione sulle reali possibilità di una riapertura continuativa dell'edificio. In molti scoraggiano i progetti che l'Associazione vorrebbe mettere in cantiere: Ragazzi voi sognate ed in effetti la riapertura del teatro, che rimane un cantiere inagibile, è un sogno che appare irrealizzabile. Ci si rende conto che l'unico modo per poter spalancare nuovamente le porte del teatro è dimostrare concretamente che è possibile utilizzarlo nelle condizioni in cui si trova. Cominciano i primi lavori sistematici nella speranza un giorno di poter vedere un pubblico varcare le soglie del teatro abitualmente. È come procedere al buio: l'Amministrazione acconsente a qualche lavoro, ma non ha soldi da spendere per i materiali, che l'Associazione provvede a recuperare da sé. Si lavora senza sapere se mai l'Amministrazione concederà di aprire nuovamente il teatro e con l'incognita che un giorno partano pesanti opere di ristrutturazione che renderebbero ad un tratto completamente inutile tutto quello che è stato fatto. Il primo lavoro da fare è quello di consolidare l'assito ligneo della platea, completarlo nelle parti dove e mancante ed infine prolungarlo di quattro metri facendolo digradare sino al piano di calpestio dove si prevede un giorno di mettere il pubblico. È un lavoro molto impegnativo: prima vengono costruite piccole colonnine in muratura che affondano mezzo metro nel terreno, poi su queste viene intessuta l'orditura di travi e travetti, ed infine si possono avvitare le assi. Il secondo lavoro da fare è cercare di rendere uniforme il terreno nella zona dove un tempo vi era il palcoscenico e dove ora si trovano solo poche murature dirute. Si scava, si pulisce, si portano via carriole di materiale e improvvisamente vengono scoperte le antiche pavimentazioni cinquecentesche del palazzo. Comincia un lavoro di pulizia dei più attenti, i pezzi che si staccano vengono riposizionati esattamente al loro posto, in una sorta di gigantesco puzzle in cui si tenta di ricostruire l'immagine degli splendori passati della corte dei Bentivoglio. Sono lavori che procedono lentamente, nei ritagli di tempo, nei fine settimana: tante volte si lavora il Sabato, si rimane sino a tarda sera e si finisce per mangiare qualcosa in teatro. Nell'inverno del 2008 finalmente l'Associazione chiama l'Amministrazione in teatro e può mostrare quello che è stato fatto: i lavori mostrano uno spazio molto diverso, ora basta un po di collaborazione e il teatro potrà essere riaperto. La proposta dell'Associazione è la seguente: l'Amministrazione si impegna all'installazione di un impianto elettrico a norma e alle pratiche per l'agibilità e l'Associazione organizza una stagione teatrale estiva senza gravare economicamente sul bilancio comunale. Per l'Amminstrazione è una scommessa coraggiosa: investire su un gruppo di ventenni che al di là di ogni ragionevole considerazione vogliono organizzare un mucchio di serate in uno spazio che al di là dei lavori fatti rimane un cantiere malmesso vuol dire mettere il proprio nome su un'impresa che potrebbe fallire da un momento all'altro. I tempi oltretutto sono strettissimi: meno di sei mesi. L'inaugurazione infatti è prevista per giugno. Il sindaco perplesso dice: Giugno è domani. Ma alla fine accetta. Comincia la corsa contro il tempo. Mentre da una parte si stende la programmazione della rassegna e si cercano i fondi necessari all'impresa, dall''altra si progetta limpianto elettrico a tavolino con elettricista ed ingegnere. Mentre si concordano le date con le compagnie e i musicisti si costruisce la cabina di regia, si rimontano le porte, le finestre, le inferriate, vengono costruiti il banco ed il pavimento della biglietteria, vengono progettate e montate le staffe di sostegno per i fari di scena, vengono progettati e montati cancelli, gradini, la rampa per i disabili È un movimento a trecentosessanta gradi in cui ognuno impegna le proprie competenze per raggiungere un obbiettivo comune. Mancano quindici giorni all'inaugurazione. Bisogna levigare tutta la platea e verniciarla, montare sui cancelli che chiudono gli accessi dei pannelli fonoassorbenti che respingano i rumori provenienti dall'esterno, è necessario finire il banco di biglietteria, montare le insegne, lavorare ancora sui pavimenti e sulla rampa dei disabili Tra le altre cose non è ancora finito l'impianto elettrico e l'Enel, che si muove con i tempi biblici della burocrazia, non ha ancora provveduto alla fornitura elettrica. È il momento della crisi: non si vede la fine, tutto sembra andare a rotoli. Come se non bastasse, uno degli sponsor che ha promesso una sponsorizzazione che da sola dovrebbe sostenere più della metà di tutta la rassegna, comunica all'Associazione che la cifra promessa non arriverà. A questo punto si opera al limite della fibrillazione: si lavora tutto il giorno, tutti i giorni sino a notte fonda e intanto si cercano nuove sponsorizzazioni. Si prosegue con questo ritmo sino alla notte del 5 di giugno, vigilia dell'apertura, e alle quattro di notte è montata l'ultima insegna. Il teatro finalmente è pronto per la riapertura. Il 6 di giugno dell'anno 2009 il Teatro Sociale di Gualtieri riapre i battenti con una mostra fotografica e un concerto. La rassegna estiva porta in teatro quasi venti serate con artisti di livello internazionale. Il sogno si è realizzato. Grazie alla sua struttura e ai lavori portati avanti dall'Associazione il Teatro Sociale di Gualtieri presenta la possibilità di essere utilizzato come struttura sperimentale e d'avanguardia, come spazio flessibile capace di accogliere dagli spettacoli di teatro d'innovazione ai concerti. Esso infatti in seguito a grossi lavori di consolidamento strutturale è stato privato completamente del palcoscenico originario: questa mancanza, che impedisce un utilizzo convenzionale del teatro può essere considerata un enorme handicap, in realtà essa apre molte più possibilità di quelle che chiude. IL TEATRO ROVESCIATO La platea convenzionalmente adibita al pubblico diviene ad un tratto palcoscenico per attori e musicisti, e nel luogo dove un tempo vi era il palcoscenico sono catapultati improvvisamente gli spettatori. È un rovesciamento fisico e concettuale allo stesso tempo. La struttura a palchetti del teatro si trasforma istantaneamente in una sorta di scena fissa come era nei primi teatri del Cinquecento, dal Teatro Olimpico di Vicenza di Palladio al Teatro di Sabbioneta dello Scamozzi, e le performances degli attori si sviluppano ora, oltre che sul piano orizzontale, anche su quello verticale. Siamo di fronte ad una rifunzionalizzazione eterodossa e dissacrante del teatro all'italiana mossa da un'idea altra del fare teatro. Il ferro di cavallo viene piegato verso nuove forme di utilizzo e la rappresentazione perde i connotati di piccolo rito borghese per acquisirne immediatamente di nuovi e più interessanti. Durante tutto il Novecento, ed in particolare nella seconda metà, si è consumato un vero e proprio scardinamento dei canoni teatrali: le solide fondamenta su cui si basava la rappresentazione teatrale intesa in senso classico hanno cominciato a vacillare e le convenzioni ancora ottocentesche del dramma borghese hanno subito continui tentativi di demolizione. Il linguaggio teatrale si è disgregato, riaggregato ed è esploso in direzioni multiformi. Ma se nella rappresentazione si sono succedute periodiche rivoluzioni copernicane, per le strutture teatrali invece non si è registrato nessun cambiamento significativo, così che oggi il teatro contemporaneo si trova a dover sopportare la contenzione in spazi pensati per le rappresentazioni di un secolo fa. Il Teatro Sociale di Gualtieri in questo senso può rappresentare un tentativo di ricucitura nella cesura venutasi a creare tra la rappresentazione contemporanea e gli edifici in cui essa viene ospitata. Ribaltare di colpo lo spazio teatrale diviene un modo per instaurare un nuovo rapporto dialettico con la storia ripensando in chiave moderna il teatro all'italiana, un modo per ricomporre il dissidio tra i teatri storici e le rappresentazioni di teatro contemporaneo. Alla scelta del ribaltamento si affianca quella di mantenere il Teatro Sociale al suo stato attuale, non solo evitando di ricostruirne il palcoscenico, ma evitando qualunque opera di restauro delle decorazioni, dei velluti, degli intonaci e ogni intervento teso a riportare il teatro alla sue condizioni primigenie con processi che rischiano fortemente la falsificazione. Per renderlo nuovamente utilizzabile è stato sufficiente installare un impianto elettrico e montare strutture di sostegno per le luci di scena, per l'amplificazione audio e per le funzioni di regia; strutture leggere che hanno il vantaggio non andare a intaccare o modificare le attuali condizioni dell'edificio. Il Teatro Sociale di Gualtieri appare esploso, come fosse stato sventrato da un bombardamento in tempi di guerra, restaurarlo per ridargli la veste esterna di un tempo non soddisfacendo altro che la nostalgia, può essere rischioso: potremmo trovarci tra le mani la tassidermia di un teatro invece che un teatro vero e proprio. Un oggetto bello da vedere, ma impossibile da utilizzare. Quando si restaura un teatro in rovina, abbandonato o totalmente distrutto dal fuoco bisogna mantenerlo identico? In passato teatri come quelli di Francoforte, Brest, Barcellona, Venezia, Bari ecc. sarebbero stati restaurati? Il Théâtre des Bouffes du Nord a Parigi e l'Harvey Majestic a New York verranno un giorno restaurati? Alla lunga la distanza tra il mondo contemporaneo e l'estetica di questi teatri d'altri tempi andrà aumentando, e un giorno molti non saranno probabilmente altro che musei. Queste parole di Jean-Guy Lecat, scenografo e collaboratore di alcuni tra i più grandi drammaturghi registi del mondo da Beckett a Dario Fo, da Ronconi a Peter Brooks, escono dalle giornate di studio di "Architettura e Teatro", convegno tenutosi a Reggio Emilia dal 2004 al 2006 al Teatro Cavallerizza. Jean-Guy Lecat mette in guardia rispetto ai rischi di quelli che potremmo definire "restauri totali", che altro non sono che veri e propri processi di museificazione. Nel convegno "Architettura e Teatro" oltre i problemi del restauro, furono discusse le caratteristiche che dovrebbero avere i teatri per ospitare gli spettacoli di oggi e furono analizzati tra gli altri proprio i problemi legati al fare rappresentazioni contemporanee nei teatri all'italiana. In particolare la tipologia del teatro all'italiana, con platea, palchetti e palcoscenico presenta una separazione tra pubblico e scena che il teatro contemporaneo ha già demolito da tempo. A Gualtieri utilizzare il teatro a rovescio può essere un modo per risolvere anche questo problema: facendo digradare l'assito ligneo della platea sino al piano di calpestio dove un tempo sorgevano le strutture di sostegno del palcoscenico e dove ora vengono disposte le poltrone, si elimina ogni barriera tra sala e scena e si mettono in relazione direttamente performers e spettatori. La volontà di difendere il teatro da "restauri totali" non significa opporsi ad opere di restauro parziali, a consolidamenti o ad una progressiva rifunzionalizzazione degli spazi del teatro, anzi l'Associazione Teatro Sociale di Gualtieri lavora proprio in questa direzione. PER ALTRI VERSI UN TEATRO FLESSIBILE Nell'ottica di mantenere il Teatro Sociale di Gualtieri aperto alle multiformi esigenze del teatro contemporaneo è stata prevista anche la possibilità di un utilizzo degli spazi nel verso "tradizionale": pubblico in platea e attori e musicisti nella zona dove un tempo era il palcoscenico Anche in questo caso sullo sfondo si sviluppa una sorta di scena fissa col magnifico arco a sesto acuto che titanicamente regge il peso del tetto mentre le antiche strutture murarie del palazzo divengono delle specie di quinte naturali. Ne risulta l'immagine di un teatro destrutturato. Le strutture sceniche per luci, audio e regia sono state studiate proprio per potersi rovesciare e consentire il passaggio da un verso all'altro molto velocemente, tanto che spesso sono gli artisti stessi poche ore prima dell'inizio della rappresentazione a scegliere come utilizzare lo spazio. Alle varie possibilità di rappresentazione si sommano infine le possibilità espositive: tra le colonnine in ghisa della platea infatti sono state allestite strutture modulari che, con un sistema di binari e cavi dacciaio, consentono di montare mostre fotografiche o di pittura.